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Pamela Ferri e Gianni Asdrubali

Quando, circa un paio di mesi fa, Pamela Ferri mi aveva spiegato la sua teoria dello Spazio Frontale, devo confessare che ci avevo capito ben poco. Sono stato però affascinato da un lunghissimo foglio di carta che lei aveva srotolato lungo il corridoio della mia abitazione e con il quale cercava di spiegarmi le sue idee. Per comprenderle, ho dovuto ragionarci per tutta una notte.  E sono venuto alla conclusione che si tratta di una delle proposte più pazzesche ed interessanti che ho incontrato negli ultimi anni. Il concetto, in fondo, e' semplice: si fissa un tragitto; mentre lo percorre, Pamela si ferma ad intervalli prestabiliti e con la macchina fotografica fa una ricognizione a 360 gradi del panorama circostante con una profondità di campo uguale al tratto percorso.

Alla fine del percorso - mettiamo che sia diviso in 10 tappe- ottiene dieci servizi fotografici tutti concernenti la sua esperienza spaziale, cioè il suo rapporto dinamico con il luogo prescelto. A questo punto organizza ciascuno dei 10 servizi fotografici in una lunga striscia: che non sarà altro che l’immagine del panorama urbano che in quel preciso punto del percorso la circondava. Sovrapponendo i dieci servizi fotografici, e cioè le dieci strisce (ciascuna delle quali, lo ricordiamo, ha una diversa profondità di campo: maggiore a mano a mano che il percorso procede), le immagini perdono la loro chiarezza realistica e, mischiandosi tra loro, fanno emergere un insieme di piani e volumi variamente direzionati. Questi concretizzano lo “spazio frontale”, cioè uno spazio dinamico, non prospettico. Mi verrebbe voglia di dire: postcubista.

A chi serve l’ operazione? All’architetto per estrarre le generatrici formali di un luogo, in altri tempi si sarebbe detto la sua essenza geometrica. Ma non un’essenza in sé e per sè, bensì relazionata al soggetto che lo spazio lo vive e lo percorre. Intellettualismo visionario, ai limiti del razionale? Forse. Ma quando , come nel caso del nightclub  “A tu per tu” a Roma, il processo diventa non estrattivo ma progettuale e si realizza direttamente  uno spazio frontale, i risultati sono straordinari. Il locale, che e' pubblicato nel numero di luglio di Domus, ricorda , e non potrebbe essere altrimenti, il migliore decostruttivismo. E’ coinvolgente e ci fa ritornare alle utopie della quarta dimensione che affascinarono architetti e pittori della prima metà del Novecento. Che il discorso della Ferri interessi la pittura lo si vede nelle immagini che recentemente ha realizzato in partnership con  Gianni Asdrubali.

Ne sono venute fuori opere dove architetto e artista dialogano intensamente, con il risultato che le pitture dell’uno sembrano progetti  di architettura mentre le  notazioni architettoniche dell’altro acquistano un inebriante valore pittorico. In un periodo come l’attuale, dove sono sempre di più gli artisti che sentono il fascino delle costruzioni e gli architetti quello della tela, credo che la strada intrapresa da Asdrubali e Ferri possa  dare più di qualche spunto di riflessione. Se non altro perché cerca il nesso comune tra le diverse arti nella giusta direzione: quella dello spazio.

Exibart on paper n.35 dic-gen 2007

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