Una cosa è certa: dopo le biennali di Fuksas del 2000, di Sudjic del 2002 e di Forster del 2004, questa di Richard Burdett non poteva essere ancora dedicata allo star system. I tempi sono cambiati e pensare oggi che le scintillanti costruzioni realizzate in tutto il mondo dalle stelle del firmamento architettonico siano la ricetta ... per risolvere i problemi delle città nel prossimo futuro sarebbe stata una intollerabile ingenuità. Tuttavia, come spesso capita in questi momenti di crisi e di dubbio sui magnifici destini e progressivi dell’umanità e, conseguentemente, della disciplina dell’architettura, siamo caduti, anzi direi, siamo precipitati verso l’errore opposto: il purgatorio sociologico, dove si scappa dallo specifico della costruzione per affrontare problematiche che , come accade alle opere d’arte rispondenti ai criteri estetici della poetica del sublime, ci stupiscono con grandiosi effetti al di fuori della nostra portata e ai quali non riusciamo a dare soluzione. Nel caso specifico, quelli legati al destino delle affascinanti e insieme terrificanti megalopoli nelle quali oramai vive la gran parte della popolazione mondiale.
E così il risultato è che chi percorre le sale della mostra Città. Architettura e società , efficacemente allestita dallo studio Cibic, ne uscirà fortemente scosso, forse traumatizzato, ma alla fine sapendo quello che già sapeva: che le megalopoli sono ingestibili, che i poveri ci vivono male, che i ricchi ci abitano bene anche se reclusi all’interno di enclave di lusso, che i flussi di persone, merci e informazioni sono sempre più complessi, che esistono alcuni progetti mirati a risolvere in modo intelligente qualche specifico problema ma che mancano ricette globali e onnicomprensive. E quasi offensivi appariranno i cinque cartelloni con altrettanti punti interrogativi che in chiusura di mostra ci suggeriscono la ricetta per una buona metropoli: che sia inclusiva e non segregante, che abbia un buon sistema di trasporti pubblico, che sappia fare i conti con le sempre più scarse fonti di energia e sia ecologicamente sostenibile, che abbia densità accettabili e , infine, che sia ben governata. “Ma davvero?” , verrebbe voglia di dire, “ non ci avevamo mai pensato”.
Ad affrontare il tema delle forme dell’architettura è, invece, la mostra sulle Città di Pietra curata da Claudio D’Amato Guerrieri. Come c’era da aspettarsi da un curatore che non ha mai fatto mistero delle proprie simpatie tradizionaliste, anzi ultra-tradizionaliste, è una apoteosi del passato: dagli edifici delle città ellenistiche sino ad arrivare ai progetti del periodo fascista realizzati dagli accademici Ballio Morpurgo, Marcello Piacentini, Armando Brasini. Non mancano inoltre – con un atteggiamento a mio avviso censurabile, anche se purtroppo molto diffuso in Italia, in cui il curatore sceglie se medesimo come autore- i progetti in pietra eseguiti dallo stesso D’Amato, quali il ponte Canocia e un obelisco. Spicca, infine, nell’elegante anche se un po’ spettrale allestimento giocato sui toni del grigio, una sorta di altare mausoleo dedicato ad Aldo Rossi, eletto come nume tutelare dell’architettura della città di pietra. Tralasciamo i giudizi sul merito delle scelte di questo lungo ed articolato elogio della conservazione. Non possiamo però esimerci dal chiederci cosa c’entrino le architetture di pietra di D’Amato con le metropoli postindustriali di Burdett. La sensazione, dopo aver visto entrambe le mostre, poste oltretutto una di seguito all’altra, è che manchi un disegno comune e- per dirla tutta- che la scelta di quest’anno di dividere a fette la biennale ( una terza mostra la si vedrà a Palermo, ha come tema le Città-Porto ed è curata dal bravo Rinio Bruttomesso) sia derivata da considerazioni a dir poco avventate che poco avevano a che vedere con un organico progetto culturale.
E veniamo al Padiglione italiano. Una novità importante perché finalmente, con la disponibilità di uno spazio interamente dedicatogli, ci sarà un luogo in cui fare il punto sullo stato della ricerca architettonica nel Paese. Il padiglione, quest’anno curato da Franco Purini con l’aiuto di Nicola Marzot, Margherita Petranzan e Livio Sacchi, ospita il progetto di una città di nuova fondazione, Vema, posta tra Verona e Mantova, il cui master plan è stato ideato da Purini stesso mentre i singoli quartieri ed edifici pubblici sono stati disegnati da venti gruppi di architetti la cui età oscilla tra i trenta e i quaranta anni. Accanto al grande plastico e alle tavole dei venti progetti, provvedono ad illustrare l’idea una sequenza di pannelli sui modelli di città proposti a partire dai primi del novecento da progettisti italiani e un testo teorico sullo stato e sulle prospettive dell’architettura nazionale supportato da fotografie e spezzoni di filmati.
Che giudizio dare sull’operazione messa in piedi da Purini? Se esaminiamo i singoli progetti prodotti dai giovani studi c’è motivo per nutrire un moderato ottimismo. Diversi lavori sono buoni, alcuni eccellenti. Elastico, Stipa, MA0, Avatar, Studio Eu, Iotti e Pavarani –solo per citarne alcuni - hanno mostrato di saper padroneggiare temi anche complessi con intelligenza teorica e con padronanza del mestiere.
Se valutiamo, invece, la proposta della città di Vema nel suo complesso, ci sembra che sia deludente, per almeno due ragioni. La prima è che al giorno d’oggi ha poco senso pensare ad un insediamento urbano di nuova fondazione. La seconda è che Vema da un lato ci appare voler essere una struttura compatta e ben delimitata, un baluardo rispetto allo sprawl urbano odierno, mentre dall’altro non riesce a sfuggire dal diventare una sommatoria di pezzi giustapposti e così rassomigliare proprio a quella città infinita che vorrebbe negare.
Se dobbiamo giudicare, infine, l’operazione culturale nel suo insieme non possiamo che essere decisamente perplessi. Ci sembra infatti che vino nuovo sia stato versato in botti vecchie e che i giovani – tra l’altro afferenti a linee culturali tra loro notevolmente diverse - siano stati chiamati in campo per mostrare che nell’architettura italiana innovazione e tradizione, ipotesi sperimentali e conservatrici possano coesistere. In questo panorama concettuale si perdono le differenze specifiche e, per usare una metafora abusata, tutte le vacche appaiono nere. Così, tra i modelli ideali presi a riferimento, la Dikaia di Paolo Portoghesi può stare accanto alla No Stop City di Archizoom, e, nel testo teorico, architetti tra i più diversi, per valore e posizione culturale, possono essere accostati in nome di una presunta unità e continuità nello svolgimento dell’architettura italiana. “Com’è triste Venezia”, “Dimenticare Venezia” ecco le parole che ci venivano in mente mentre camminavamo per questa biennale. Per fortuna i padiglioni di Cina, Israele, Giappone, Austria, Francia e Germania e le immagini del Padiglione Italia ci hanno riportato a proposte più contemporanee.
Apparso su Edilizia e territorio n.14 del 18-09-06 con il titolo: La biennale? Un purgatorio sociologico.
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