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imm da fare

Vito Cappiello

1. Una auto-presentazione in quattro righe
Sono nato a Napoli nel lontano 1947. Qui ho studiato Architettura, interessandomi molto del Costruttivismo Sovietico e del rapporto fra Architettura e Paesaggio, o, meglio, fra grande e piccola scala del progetto, visti con una logica di continuità inscindibile. Questo mi ha escluso fin dall’inizio da catalogazioni facili ed appartenenze a gruppi consolidati. All’inizio ho collaborato molto con Massimo Pica Ciamarra sia all’Università che per concorsi e progettazioni. Ho fondato con Pino Scaglione ed altri amici la rivista d’A (dal 1988 al 1997), ho conosciuto e frequentato la scuola “siciliana”, con cui ho affinato strumenti operativi e teorici. Ho avuto qualche interessante occasione di realizzazione (poche, in vero), di cui la più significativa è piazza della Vittoria a Lioni (Av) (2001 -2004). Dal 2000 sono professore ordinario di Architettura del paesaggio e del territorio a Napoli, dopo aver insegnato per quasi trenta anni progettazione urbana.

2. Cosa ne pensi dell’ architettura in Italia oggi

Fino ad alcuni anni fa esistevano tendenze riconoscibili e scuole radicate nella teoria, nella pratica e nel rapporto con la (buona) tradizione moderna. La condizione era, comunque, alquanto elitaria: ad alcuni nomi di spicco corrispondeva molto professionismo di basso livello. Francesco Venezia, Roberto Serino, la scuola Siciliana, Cino Zucchi e pochi altri hanno dato significativi contributi di “cambiamento – continuità”. Oggi si assiste ad un dominio del linguaggio unificato dalla rete, che se ha elevato notevolmente il livello medio, lo ha anche molto omologato ed “olandesizzato”. Naturalmente ammiro l’Olanda “paradiso degli architetti”, ma questo rischia di lasciare per strada parte del proprio patrimonio genetico, che, invece andrebbe conservato pur nella innovazione. Tuttavia esistono punte significative e riconoscibili, come Corvino+Multari, Ian+,Beniamino Servino, Pino Scaglione, Vincy Melluso e la scuola sicilana, ecc.

3. Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua.

Forse, dovendo demandarla ad altri, la farei costruire a Francesco Venezia o a Roberto Serino, ma più concretamente me la costruirei io, poiché la casa è una cosa troppo personale per demandarla ad un altro architetto, anche se un amico stimato. E poi, potrei aggiungere qualcosa al mio curriculum, non so…? Pubblicarla, visto che le occasioni sono sempre così poche…

4. Il nome di una star internazionale alla quale faresti costruire casa tua...
Steven Holl, o Rem Koolhaas, ma vale il discorso di prima

5. Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.
Il “cetriolo” di Foster a Londra.

6. Quale e' il tuo punto di vista sullo stato dell’Università oggi in Italia?
Parlerei delle facoltà di Architettura, se permetti, che è un problema diverso da quello, che so, di facoltà umanistiche o scientifiche “pure”. Per le Facoltà di Architettura in Italia siamo molto indietro rispetto all’Europa, almeno rispetto alla Spagna ed al Portogallo, ad esempio. La differenza fondamentale credo che risieda nella pervicace e deleteria convinzione di buona parte del corpo docente che l’insegnamento debba privilegiare una “astrazione teorizzante” con poco rapporto con la pratica professionale (non con il “professionismo d’assalto”, ovviamente). Il guaio è, innanzitutto, il moralismo e la falsità ideologica che c’è dietro questo atteggiamento. Credo che la volontà di non conferire professionalità al laureato in Architettura si appoggi su alcune equivalenze in contrasto con l’essenza stessa dell’Architettura, e cioè: “costruire” è brutto, perché equivale a “speculare” (non in senso etimologico, ovviamente); insegnare che dall’ “idea” bisogna passare alla “pratica costruttiva” significa insegnare a “compromettersi” con le normative, con la committenza, con il cantiere, ecc. Tutto ciò fa dei Laureati italiani dei grandi frustrati, ovviamente, e, non abituandoli a questi “compromessi”, li pone alla fine al di fuori del mercato.
Ma c’è di più. Non è che questo rifiuto della laurea “professionalizzante” coincida col fatto che la stragrande maggioranza dei docenti delle nostre facoltà è “a tempo pieno” e, di fatto, non pratica la professione ed i concorsi di architettura? Pensa che alcuni Atenei impongono al “docente a tempo pieno” il divieto di svolgere attività professionale e concorsuale, anche per enti pubblici, cosa prevista invece dalla legge vigente (L.382/80 e succ. modif. ed integr. art 11 lett.a).E’ come dire ai docenti di chirurgia “a tempo pieno” che il loro insegnamento deve essere assolutamente teorico, per evitare di “sporcarsi le mani” (tu ti faresti operare da un medico laureato in queste condizioni?). Non parliamo poi della sproporzione assolutamente aberrante tra percentuale di materie Scientifiche (insegnate con i metodi più retrivi) e percentuale di materie Progettuali (quasi una leggera appendice delle materie scientifiche); della mancanza di corsi di disegno automatizzato ed uso dei software; della mancanza di spazi per veri laboratori e workshop; della totale assenza di visite a cantieri. E fermiamoci qui.
Tuttavia esistono nelle Facoltà di Architettura in Italia grandi potenzialità individuali, ed anche grandi sensibilità architettoniche che potrebbero rivitalizzare le Facoltà, ma sono poste in condizione di non nuocere, dal predominio di adempimenti burocratici sempre più abnormi. Non è possibile un vero cambiamento se non si ristruttura dal fondo l’Università con chiari obiettivi. Ci vorrebbe, forse una vera autonomia, anche nella ricerca di fonti economiche di appoggio alla ricerca, su cui differenziare fortemente l’insegnamento. Altrimenti, accontentiamoci di quel poco che individualmente alcuni di noi fanno annegati nel mare magnum della intoccabile condizione burocratica.

7. L’università italiana...la consiglieresti? E se si in quale città? E a Napoli?
Come ti dicevo, l’Università italiana contiene grandi punte di eccellenza, all’interno di molte difficoltà operative. Sento dai miei studenti “erasmus” provenienti dall’estero che, quando scelgono i corsi giusti di progettazione in Italia, sono affascinati dall’aspetto “teorico e metodologico” presente in essi, dalla possibilità di sperimentare e discutere, più che nelle loro Università. Allora, forse, bisognerebbe trovare il giusto “mixage” per avere l’optimum; diffondere quello che c’è di molto buono in casi singoli; formare di più i docenti; obbligarli ad una forma elevata (per qualità e non per quantità) di attività professionale; liberare le energie compresse; avere una classe docente più giovane ed aperta alle novità. Comunque, poiché anche le difficoltà sono formative, consiglierei le facoltà italiane, invitando gli studenti a fare confronti e chiedere di più.
Lo stesso vale per Napoli, dove, sapendo scegliere, si incontrano persone di altissimo livello, con grande esperienza e spesso non convenzionali.

8. Tre cose che faresti per l’Università se avessi la bacchetta magica...

1) Più autonomia didattica ed economica (con una base pubblica inderogabile di funzionamento), e con l’istituzione di un “manager” che affianchi i prèsidi per la ricerca di finanziamenti privati e per trasformare in senso “produttivo” tutta la ricerca nascosta che si fa nelle facoltà (offrendola ad enti ed imprese in cambio di finanziamenti, ad esempio);
2) Svecchiamento della classe degli insegnanti (conservando i migliori) ed acquisendo giovani esterni con capacità professionali e di ricerca dimostrate da partecipazioni a concorsi oltre che da pubblicazioni e creazione di eventi, da formare alla didattica – che è cosa in più rispetto al “saper fare”;
3) Riduzione all’osso delle materie di insegnamento, puntando ovviamente sulle progettuali; introduzione di sistemi di “laboratorio” permanenti di progettazione su cui far convergere le materie secondarie (quelle non progettuali); ribaltamento assoluto del rapporto di peso tra materie progettuali e le altre.

9. La tua visione dell’architettura: autodefinisciti: reazionario, tradizionalista, moderato, organico, progressista, sperimentalista, avanguardista ( o altro purchè la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda dicendo che sei oltre le sigle...)
 Sperimentalista – avanguardista (così, almeno io mi vedo. Ma bisognerebbe chiedere conferma agli studenti).

10. Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini,Cellini, Portoghesi, Gregotti. ( per cortesia non mettere pari merito). Se non vuoi rispondere a questa domanda puoi scegliere quest’altra: devi organizzare un importante concorso a inviti di architettura e ti danno l’incarico di invitare cinque architetti. Chi scegli?

Mettiamo in ordine: Koolhaas, Gehry, Eisenman, Herzog e de Meuron, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Hadid, Piano, Moss, Anselmi, Cellini, Purini, Gregotti, Portoghesi.

11. Che ne pensi della Darc? E che faresti se fossi al posto di Pio Baldi?

Non ne conosco bene lo statuto ed il bilancio, e quindi non so i limiti di azione della DARC. Tuttavia sembrerebbe che un po’ di slancio in più verso la difesa del moderno, anche quello non già pubblicatissimo, si potrebbe fare.

12. A Napoli si sono realizzate ultimamente diverse opere di architettura moderna. Funzionano? E quali sono a tuo giudizio le più importanti?
A Napoli non si costruisce un edificio né pubblico né privato da tempo immemorabile. Il piano, quasi esclusivamente vincolistico (ma i piani non facevano previsioni?) da poco approvato, non ha lasciato scampo agli architetti, soprattutto napoletani, ai quali sono stati lasciati, come opere private: le ristrutturazioni degli interni, l’attintatura delle facciate, i frazionamenti, gli accatastamenti, (e…..l’abusivismo?), mentre, come opere pubbliche: marciapiedi, tappetini di asfalto, la scelta di qualche alberello….Un mio caro amico aveva identificato in questa attenta strategia urbana una linea architettonica classificabile come “bassolinea”, che non supera i 16 centimetri da terra.
Tutto ciò che si è fatto è stato comunque fatto senza procedure concorsuali. Quando sono stati fatti dei concorsi, in genere nelle more dell’espletamento è stato aperto il cantiere delle opere che il comune aveva in animo di fare sul serio.
Non parliamo della vicenda mortificante del concorso per Bagnoli! Uno spreco morale, di contenuti ed economico mai visto nel mondo, per un presunto vizio di anonimità di tutti i 10 gruppi internazionali!
Poi ci sono state le opere affidate alle “star” (che, francamente, non sempre sono state all’altezza, a mio parere) come le stazioni della metropolitana collinare, di cui alcune hanno notevole interesse architettonico (ad esempio la stazione “Vanvitelli”, di M. Capobianco), altre sono opere al limite del kitsch (ad esempio le stazioni “Salvator Rosa” e “Mater Dei” di A. Mendini), altre sono francamente molto discutibili (ad esempio le stazioni “Museo” e “Dante” di Gae Aulenti). L’operazione ha comunque un notevole interesse urbano e culturale, non per i valori architettonici delle stazioni, ma soprattutto per la presenza in ogni stazione di molte opere d’arte moderna di notevole livello, e per il riverbero di riqualificazione urbana che hanno indotto in aree spesso molto degradate.
Si annunciano, invece, di grande interesse le stazioni “piazza Municipio” e “Università” di Alvaro Siza y Vieira (ma sono un po’ top secret) e la riqualificazione del nodo stazione SEPSA – Funicolare a Montesanto, di Silvio D’Ascia.
Altrettanto interessante è la riqualificazione urbana di F. Venezia a S. Pietro a Patierno (1999), ultima opera realizzata per la ricostruzione post sisma.
Tolti questi esempi, L’IKEA (interessante nuovo luogo di socialità contemporanea che trasforma un nonluogo, ma che ripete moduli standardizzati), è fuori Napoli, come pure la stazione dell’Alta Velocità di Zaha Hadid.
Restano pochissimi altri episodi di iniziativa privata: un centro commerciale di Pica Ciamarra Associati a Fuorigrotta, ed il MED Multicinema, sempre a Fuorigrotta, di Costa e Scognamiglio.

13: Zevi o Tafuri?
Zevi, non perché fosse tutto condivisibile, ma perché amava l’architettura ed il saper fare architettura, e perché è stato sempre (anche se con qualche sbaglio importante) difensore della modernità e dell’innovazione.

14: La critica oggi non e' un po’ senza denti?

Direi di sì……. Siamo tutti in attesa di un buon incarico o di una buona recensione, e allora, meglio non disturbare nessuno. Ed invece bisognerebbe essere più che mai con i denti ed il cervello aguzzi, per affinare il dibattito su temi come il recupero della periferia e la trasformazione del centro.

15: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico

A tutti e tre: Sprawltown di Richard Ingersoll, Meltemi, 2004

16: Saranno famosi: fammi tre nomi di architetti al di fuori dell’area napoletana
Ce ne sono molti. Mi vengono in mente (speriamo di non fare arrabbiare tanti altri amici): Antonella Mari, Andrea Liverani ed Enrico Molteni, Labics, ecc.
 
17: Saranno famosi: fammi tre nomi di architetti dell’area napoletana
Il gruppo De Biase – Matassa – Nave; il gruppo Vulcanica Architettura, Silvio D’Ascia.

18: Il tuo artista favorito (non architetto) e il tuo critico d’arte favorito.
Come artista: Mimmo Paladino; come critico, anche se a volte è irritante, Achille Bonito Oliva.

19: mettimi in ordine di preferenza le seguenti riviste: Abitare, L’industria delle costruzioni, The Plan, Domus, Casabella, Area, d’A.
Abitare, Area, The Plan, Domus, Casabella, d’A, L’industria delle costruzioni.

20: Tre parole oggi importanti
Paesaggio, infrastrutture, città diffusa.

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