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DAP studio, Ferretti International

 

Ci sono tre motivi più uno per apprezzare la tettoia a lamelle che corona il l’edificio di Ferretti International recentemente realizzato dallo studio Dap di Milano. Il primo è che l’edificio doveva essere un segnale urbano, ben visibile anche in lontananza, non un banale contenitore di spazi per uffici. Il secondo è più prosaico: la costruzione nasce dalla ristrutturazione di una palazzina preesistente ma di scarsa qualità architettonica. Da qui un pilastro ingombrante ma non demolibile a cui occorreva dare una nuova funzione, quale poteva essere appunto il supporto a un elemento scultoreo di tettoia. Il terzo motivo è di natura estetica. L’organismo edilizio è frammentato e un oggetto sovrastante, visivamente inglobante, avrebbe svolto una funzione unificatrice. Ve ne è però un quarto, che definirei di tipo cinematografico e che è a mio avviso più interessante, ma più astratto e difficile da percepire soprattutto per i lettori di una rivista che devono accontentarsi di un resoconto fotografico, fatto di un numero limitato di immagini. I due soci dello studio Dap, Paolo Danelli e Elena Sacco, hanno pensato infatti alla costruzione in termini di visuali dinamiche. Da qui la decisione di obbligare gli utenti a percorrere gli spazi all’aperto, poi a prendere un ascensore panoramico e infine a entrare in una reception posta in alto, invece che al piano terreno, come ci si aspetterebbe. Hanno ottenuto in questo modo una messa in scena di sequenze di vuoti punteggiate da oggetti in cui prevale la varietà, e l’unità dell’organismo è ricostruibile solo nel tempo, quando si riesce a ritrovare un nesso alla pluralità di fotogrammi. Conseguente a questa decisione è la scelta di alternare negli spazi esterni al piano terreno strisce di prato, di legno e di acqua per formare un pattern astratto, e nei prospetti di usare legno, alluminio, intonaco, vetro. Altra conseguenza è la decisone di optare per la varietà dei punti di vista attraverso l’ articolazione dei volumi, le multiple inquadrature del landscape industriale percepite dall’ascensore e, infine, la trasparenza della reception verso il cielo tramite tagli al soffitto tamponati con vetri. Visto in questa ottica cinematografica, il compito della tettoia è di delimitare idealmente , dandogli forma, il vuoto delle percorrenze, ospitandole virtualmente sotto un unico tetto. Si tratta di una strategia, pur attuata con forme e materiali contemporanei, radicata nella cultura architettonica del novecento. Basti per tutti ricordare Wright il quale ammoniva i propri apprendisti a non banalizzare mai l’ingresso mettendolo a vista e suggeriva, anzi, di collocarlo il più lontano possibile per poi approntare una scenografia fatta di percorsi aperti al paesaggio. E sempre alla stessa cultura novecentesca è attribuibile l’interesse di Dap per lo spazio concepito più come vuoto che come sequenza di masse pesanti.” Per me- mi diceva Danelli- l’architettura è soprattutto uno spazio avvolgente che invita a entrare in un posto e a uscire da un altro, che non consente il ritorno al punto di partenza. Un sistema permeabile che costruisce relazioni anche con il territorio”.
La frammentazione dell’edificio in più corpi ha dunque una ulteriore motivazione: rappresenta metaforicamente la realtà urbana circostante, fatta da una miriade di volumi edilizi. Dando forma alla disgregazione e cioè risolvendola in qualità estetica, la palazzina diventa un segno emblematico, un totem urbano. Un simbolo che riesce a emergere nello sprawl periferico e, così facendo, veicola pubblicità, con le sue stesse forme, alla Ferretti International che lo ha destinato a propria sede.
Giocato sulla multisensorialità, grazie alla scelta di materiali con grane e valori tattili diversi, l’edificio mette, infine, in gioco una curiosa dialettica degli opposti. Consiste nel tentativo di utilizzare i materiali in modo inconsueto, dando trasparenza a un elemento quale il legno che di per sé è opaco, e viceversa a rendere opaco un materiale quale il vetro che è di per sé trasparente. Ciò avviene riducendo il cedro canadese in lamelle sottilissime e acidando e serigrafando i cristalli, la cui funzione è oltretutto di permettere la creazione di facciate ventilate con funzione di risparmio energetico. Vi è poi uno spostamento dei pesi figurativi che avviene dando leggerezza all’edificio nella parte bassa e mettendo i volumi più pesanti in quella alta. Capovolgendo così la logica costruttiva che vorrebbe proprio l’opposto: chiusura in basso e smaterializzazione in alto.

Apparso su Ottagono

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