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Alessandro Zoppini
1. Una auto-presentazione in quattro righe... Sono del 1966. mi sono laureato a Milano ma con l'Università Italiana ho sempre avuto poco a che fare. Ho iniziato a "tirare righe" quando ero studente nello studio di famiglia facendo i puntini degli alberi e annerendo tonnellate di sezioni. Il mestiere, oltre che ovviamente soprattutto da mio padre, lo ho imparato all'estero ad Arup Associates e in parte da Piano. Sono stato visiting Professor ad Ann Arbor alla Michigan University. Oggi dirigo lo Studio Zoppini Associati. Ci occupiamo soprattutto di impianti sportivi cosa che ci ha permesso di essere invitati ad importanti progetti e concorsi all'estero come quello del Centro Acquatico per le Olimpiadi di Londra 2012 , insieme a Zaha Hadid, Dominique Perrault, Massimiliano Fuksas. Ma la nostra azione progettuale, soprattutto in questo periodo, spazia in altri campi e coniuga il dinamismo e l’innovazione del giovane architetto, all’esperienza ed alla riflessione del professionista maturo.
2. Ti sei formato con Renzo Piano. Ci parli di questa esperienza? La consiglieresti? Io sono stato fortunato, ho lavorato per sei mesi sul progetto per il Saitama Arena in Giappone un enorme stadio coperto da 500 milioni di euro. Il team di progetto era composto solo da Shunji (dal quale ho imparato a disegnare) e da me. In questo modo quasi ogni sera quando era a Genova avevamo riunioni con Renzo sempre ad orari impossibili ( e comunque dopo le 22 perché prima era impegnato a discutere degli altri 20 progetti dello studio......). Tali revisioni però per me erano momenti indimenticabili. Un ventiseienne che parlava di architettura con Piano.......
3. Raccontaci brevemente del tuo coinvolgimento nella realizzazione dell’Oval di Torino Per me è stata un'occasione unica da non farsi scappare. Il primo edificio significativo firmato da me ( da Piano i progetti erano solo suoi, da Arup, sebbene miei ed importanti, il nome per politica aziendale non compariva mai e i miei progetti precedenti all'Oval erano di importanza minore). Il mio coinvolgimento personale quindi fin dai primi schizzi del progetto è stato totale. I primi schizzi che abbiamo fatto a Milano e portato a Londra per il primo design meeting sono poi diventati l'ossatura del progetto.
4. Che ruolo ha svolto il tuo studio? Essendo in Italia e con esperienza più che quarantennale negli impianti sportivi il nostro studio ha gestito il progetto. La cosa è stata quasi naturale anche perché nonostante siamo notevolmente più piccoli abbiamo goduto della loro fiducia. D'altro canto l'esperienza di Hok in precedenti edifici per le Olimpiadi è stata preziosa.
5. Cosa comporta lavorare in partnership con studi giganteschi quali HOK? Credo molto nelle partnership: in partcolare quella con Hok è stata per entrambe molto proficua e positiva. Con John Barrow il Senior principal di Londra si è stabilito un rapporto di reciproca stima e fiducia sfociata in altri progetti fatti in collaborazione come quello appena terminato per lo stadio di Le Mans. La nostra "incoscienza" e la "loro forza d'urto" ben gestiti sono risultati vincenti in più di un'occasione. Il progetto per L'Aquatic Centre di Londra è stato fatto in collaborazione con lo studio inglese Bennetts Associates, mentre stiamo facendo alcuni concorsi ad inviti sia in Italia che in Inghilterra con WilkinsonEyre. In un contesto di "mercato" (parola che sicuramente non mi piace) come quello attuale associarsi è diventato un imperativo sui grandi progetti.
6. Un tuo giudizio sulle olimpiadi: un'occasione mancata per fare di più per l'architettura torinese o comunque un risultato di cui andare orgogliosi? Le Olimpiadi devono essere necessariamente la base per un futuro cambiamento del clima culturale torinese, che deve diventare dinamico ed estroverso. Le nuove costruzioni hanno innovato città, penso alla Stazione della TAV a Porta Susa, al restauro della Stazione Ferroviaria di Porta Nuova, o al Palazzo della Regione, ma occorre farsi promotori di cultura per non permettere che numerosi edifici realizzati per Torino 2006 diventino cattedrali nel deserto. Penso ad esempio ai numerosi palazzetti dello sport, come il palavela di Gae Aulenti poco flessibile , oppure a quello di Arata Isozaki, eccessivamente sovradimensionato, che potranno vivere solo se Torino diventerà promotrice di eventi culturali di ampio respiro. Lo sforzo fatto soprattutto dal comune in quest'ottica è sicuramente notevole ma potrà avere successo solo i torinesi cambieranno l'attuale mentalità.
7: Cosa ne pensi dell' architettura in Italia oggi ... Parlando quando ero ad Ann Arbor di architettura italiana con Anatole Senkevich, professore di storia dell'architettura sia a Michigan che a Cornell ( è uno dei massimi esperti sulle avanguardie ed in particolare su quella russa e di conseguenza sul decostruttivismo), non mi ha saputo citare 4 nomi di architetti contemporanei italiani tolti Piano e Fuksas; lo stesso mi è capitato anche con professionisti di fama come Chris Wilkinson. La cosa ritengo sia triste ma testimoni come sia provinciale il nostro atteggiamento volto solo a preservare l'orticello di casa. Comunque penso che le cose stiano cambiando anche se resta il dubbio che il ricambio generazionale avvenga con le stesse logiche del passato: i risultati di alcuni recenti concorsi nella mia città, Milano, purtropo testimoniano questo mio timore. Una cosa deleteria per l'architettura e che ho sperimentato sulla mia pelle è l'applicazione della Merloni ed in particolare dell'appalto integrato: conta solo la parte amministrativa con risultati devastanti per la qualità del progetto.
8. E di quella Torinese? Mi sembra che ultimamente ci sia un certo attivismo; per esempio con la nascita di Turn, e allo stesso tempo un sentore di crisi, forse dovuta anche alla crisi dell'industria automobilistica... Come detto prima effettivamente lo sforzo che Torino sta compiendo per uscire dalla stretta "dipendenza" dalla Famiglia Agnelli (alla quale va però il merito quasi esclusivo di aver portato le Olimpiadi) e dall'industria automobilistica per diventare una città con una visione e ambizioni più ampie è notevole. Torino sarà anche la prossima sede del congresso mondiale dell'Uia: speriamo che anche questa rappresenti una opportunità e non un'occasione perduta. E' naturale che tali grandi eventi generino come indotto delle manifestazioni e organizzazioni parallele. Oltre a Turn penso anche a cose meno istituzionali come Murarte.
9. Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua... Non per presunzione o arroganza ma penso che sia una cosa talmente personale che quando sarà il momento ci penserò direttamente io; anche perché so di architetti famosi che per indisponibilità di tempo si sono fatti progettare la casa da altri e le esperienze sono state tutte negative.
10. Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua... Tutte, per i motivi di cui sopra
11. Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto. Due agli antipodi fra gli altri: il Moma di San Francisco di Botta e lo Swiss Re di Foster.
12. La tua visione dell'architettura: autodefinisciti: reazionario, tradizionalista, moderato, progressista, sperimentalista, avanguardista ( o altro purchè la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda dicendo che sei oltre le sigle...) II nostro modo di fare architettura si può sintetizzare come una costante ricerca per una architettura sostenibile.
13. Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Botta, Anselmi, Purini, Cellini, Prati, Portoghesi, Isola ( per cortesia non mettere pari merito). Se non vuoi rispondere a questa domanda puoi scegliere quest'altra: devi organizzare un importante concorso a inviti di architettura e ti danno l'incarico di invitare cinque architetti Chi scegli? Preferisco quella del concorso; in ordine alfabetico inviterei: Ghery, Hadid, Herzog e de Meuron, Piano.
14: Gabetti o Olmo? Se la domanda si riferisce al fatto se preferisco l'uomo legato alla professione o al mondo accademico, per mia formazione personale propenderei per chi si occupa del "fare". Non ho conosciuto Gabetti mentre ho incontrato Olmo a una conferenza a Torino dove entrambe eravamo relatori e mi è parsa una persona di grande spessore culturale.
15: architettura e nuove tecnologie: un successo o un fallimento? Se l'innovazione tecnologica serve per migliorare la qualità degli edifici, renderli sostenibili essa è indispensabile. Gli architetti hanno da sempre hanno utilizzato gli strumenti che il proprio tempo mette loro a disposizione. Penso al Pantheon, o a Santa Maria del Fiore dove vengono utilizzate le più moderne tecniche disponibili all'epoca. La tecnologia è uno strumento che se serve la si utilizza altrimenti no. Il vantaggio che le nuove tecnologie offrono è quello di essere così sofisticate che diventano quasi invisibili. Al contrario se l'uso della tecnologia diventa pura esibizione, gestualità e stile essa diventa deleteria per l'architettura: al pari del peggior post-modern.
16: Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico Allo studente "An engineer imagines" di Peter Rice (fa vedere come dei sogni possono diventare realtà) , al professionista " Studies in tectonic Culture" di Frampton (manca oggi perso una appropriata conoscenza tecnica: per me uno dei principali motivi dl cattivo costruire contemporaneo in Italia), al critico è troppo difficile e probabilmente avrà già letto tutto quello che ho letto io.
17: Saranno famosi: fammi tre nomi Ce ne sono più di tre ma più che i nomi sarebbe bello diventassero famose le opere............
18: Gioco della torre: Gregotti o Renzo Piano? Troppo facile rispondere................anche se tutti dobbiamo a Gregotti il merito di averci insegnato come leggere la forma delle città
19: E con riferimento alle opere torinesi: Gae Aulenti o Arata Isozaki? Troppo difficile rispondere........
20: Tre parole oggi importanti Globalizazione (temine che non gradisco ma col quale tutti dobbiamo gioco forza confrontarci), identità, sostenibilità.
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