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imm da fare

Nicola Giuliano leone

1.Una auto-presentazione in quattro righe...
Sono lucano, ma non sono contadino. Ho alle spalle una famiglia di artisti, quelli veri che sanno fare tutto e non barano, prima ancora avevano avi artigiani, per parte di padre e di borghesia liberale e terriera per parte di madre. Sono emigrato dal Sud alla Sicilia che non è Sud, è un’altra cosa anche se sta alla fine dello Stivale. Faccio l’architetto urbanista e ne ho «fin sopra i capelli» della retorica degli eventi.
 
2.Come sta l’architettura in Sicilia, oggi?
Come in gran parte d’Italia: dove non ci sono capitali freschi che, protetti per una certa dimensione, vogliono rischiare qualcosa non c’è domanda di architettura. Le occasioni di progetto e costruzione fanno bravo l’architetto, non altrettanto i libri e le riviste. Questi ultimi si consumano nel tempo che è loro assegnato: un giorno, una settimana, un quadrimestre qualche anno a seconda del formato e della tiratura e solo per gli addetti ai lavori. Un edificio dura un poco di più. Non si fa più architettura perché non si fa più città e nei territori veloci valgono i trasporti non le case, forse qualche stadio diventa monumento.
 
3.Cosa ne pensi dell’architettura in Italia oggi?
È assolutamente improbabile che vi sia capacità di costruzione per una politica dell’architettura in Italia. La prassi dei concorsi è incredibile. Quelli aperti, quando funzionano, al massimo servono per distribuire medagliette. Quelli con tetti di fatturato di accesso, per la dimensione di quest’ultimo, sono destinati alle grandi società di progettazione che in Italia sono molto poche quasi tutte romane, svolgono un servizio onorevole, hanno fatto monopolio e spesso non hanno molto a che fare con l’architettura. Quando possono scansare il concorso le amministrazione pubbliche scelgono i grandi nomi perché è facile accreditare il già accreditato. Nonostante tutto ciò qualcosa si fa, perché il bisogno di qualità anche in architettura esiste, ma in questo modo non cresce la possibilità di formare sul campo nuove generazioni di giovani e capaci architetti. Mancano le occasioni e si fa di tutto perché non se ne creino.
 
4.Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua …
Se fosse ancora vivo, (è scomparso da meno di un mese) la farei costruire a Michele Capobianco. Se dovessi costruirla in Basilicata la farei progettare a Massimo Pica Ciamarra. Se potessi spendere molto e dovessi costruirla in Campania la farei progettare a Aldo Loris Rossi, se dovessi costruirla in Sicilia la fare progettare a Marcello Panzanella. Sono tutti architetti che costruiscono con la materia e non solo con i «volumi sotto la luce». Ovviamente per l’occasione mi escludo.
 
5.Il nome di una star internazionale alla quale non faresti costruire casa tua ...
A F. Gehry, non farei costruire la mia casa, perché, come architetto brutalista ha esaurito la sua carica e io come abitante non ho bisogno di vivere nella metafora di un luna park.
 
6.Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto...
Il complesso denominato Ginger & Roger a Praga di F. Gehry.
 
7.Architettura e nuove tecnologie. Cosa sta cambiando nel mestiere dell’architetto? E che giudizio dai di questi cambiamenti?
Appare evidente, già da alcune «Biennali» fa, che la tecnologia in tutto il mondo la fa da padrona nell’Architettura. Tra addetti ai lavori ce lo siamo detti più volte. L’Italia, forse non tutta, è stata, già da qualche biennio, spalmata sul passato. Nel mestiere dell’architetto è di fatto in contro tendenza. Mentre tutto il resto del mondo si preoccupa di entrare nella contemporaneità con lo sviluppo di tecnologie innovanti e quindi di forme espressive nuove, l’Italia guarda il suo passato con nostalgici ammiccamenti e rivalutazioni. Che si debba conservare e restaurare ciò che la storia passata ci ha lasciato di qualità e valori è più che ovvio. È invece pericoloso che questo diventi una moda che coinvolge tutto il comune sentire e che rende il futuro privo di espressione. In Italia da quanto si spianavano i centri storici per dare posto a grattacieli siamo passati alla frase fatidica di un importante politico regionale che per esaltare la scelta di avere invitato un noto architetto straniero a progettare la vestizione architettonica di un termovalorizzatore ha asserito  che la scelta era importante, perché così anche quella regione avrebbe avuto finalmente un pezzo di sana archeologia industriale. Vi assicuro che non c’era ironia, forse ignoranza, ma sicuramente un sentire comune: la tragica asserzione che solo il passato ha valore. In questa confusione non vedo figure in grado di fare chiarezza sulle questioni di fondo ovvero sul fatto che l’architettura non è una canzone di successo, sul fatto che l’architetto non debba cercare l’applauso per monumenti dedicati a se stesso e con cui passare alla storia. Forse si è perso anche la voglia di ascoltare e di dare autorevolezza al pensiero e alle parole. Tutto è fluido. Tra la necessità incredibile di fare architettura e la risposta sociale a questa necessità si sono costruite molte fratture, si sono persi anelli importanti. Viviamo una società che non vuole rischiare. Che ha un sacco di problemi e vive per inerzia, approfittando  di una accumulazione di beni storici che tende solo a consumare senza saperli più nemmeno riprodurre. L’architetto deve oggi accettare di fare una doppia battaglia una per asseverare l’importanza del proprio mestiere, quello di produttore di forme, l’altro di dimostrarne nei fatti l’utilità e questo sia quando conserva o dialoga con l’antico che quando necessariamente affronta la contemporaneità dentro la quale può esserci tanto di antico ma anche e moltissimo di un nuovo che avanza e che va costantemente analizzato e risolto.
 
8.Sei il preside della facoltà di Palermo. Se dovessi pubblicizzarla, quali sarebbero i tre argomenti che useresti?
La serietà degli studi: formiamo architetti, urbanisti, restauratori, designer capaci di costruire.
L’apertura al mondo: con la forza della partecipazione e il rischio del progetto.
L’aderenza alle cose: la realtà è dove sei non in un altro luogo, non farti colonizzare.
 
9.Come comunicare l’architettura e l’urbanistica nella società della super-comunicazione ....?

Stando zitti quando tutti parlano e parlando quando tutti tacciono.
 
10.Che consiglio daresti a uno studente che vuole iscriversi ad architettura? E a uno che si e' appena laureato?
Usa il disegno come una logica e usa la scrittura come un disegno. Cerca di capire la differenza tra sintesi e analisi. Non trascurare i dettagli senza perderti nei particolari.
 
11.Una frase che ti piacerebbe veder scolpita sull’ingresso delle facoltà di architettura.
«le forme vanno nuovamente modellate nei loro propri materiali, non desunte da schemi e da produzioni inventate per sveltire il lavoro, togliere di mezzo la mano umana, ingrossare i profitti. È difficile non restare abbacinati da esempi  nutriti di più esperienza e pragmatica che non ci sia usuale - ma anche là tutto è fatica e incertezza, e dove sembra tutto chiaro è il lucido di una riproduzione fotografica, dove è la vita?» Carlo Doglio, «L'equivoco della città giardino», Introduzione all’edizione del 1974, cp editrice - Firenze 1974.
 
12.La tua visione dell’architettura: autodefinisciti: reazionario, tradizionalista, moderato, progressista, sperimentalista, avanguardista (o altro purché la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda dicendo che sei oltre le sigle...)
Sperimentalista occasionale (nel senso: che sperimento se c’è l’occasione).
 
13.Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb(l)au, Fuksas, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Portoghesi, Gregotti. ( per cortesia non mettere pari merito). Se non vuoi rispondere a questa domanda puoi scegliere quest’altra: devi organizzare un importante concorso a inviti di architettura e ti danno l’incarico di invitare cinque architetti - Chi scegli?

Sono tutti «architetti artisti» se dovessi dargli un ordine quello alfabetico sarebbe il più serio: Anselmi, Cellini, Coop Himmelb(l)au, Eisenman, Fuksas, Gehry, Gregotti, Haid, Herzog e de Meuron, Koolhaas, Moss, Piano, Portoghesi, Purini, così all’occorrenza posso trovarli facilmente e quindi sceglierne cinque a seconda del desiderio e dell’effetto d’arte che desidero.
 
14.Zevi o Tafuri?
Tafuri, naturalmente, non per dispetto, ma per rispetto. Tra due partigiani, meglio un ideologo.
 
15.La critica oggi non e' un po’ senza denti?

La critica, quando c’è, illumina, non morde.
 
16.Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico
Allo studente: La Storia Universale di Cesare Cantù, così sa che c’è sempre un passato; all’architetto: Le Vignole des Architectes di Charles Normand, così si ricorda che c’è sempre una misura, al critico: l’Enciclopedia Treccani, così tiene occupato nel sapere le sue preoccupazioni di novità.
 
17.Saranno famosi: fammi i nomi di tre giovani talenti siciliani
In ordine alfabetico: Davide Leone, Giuseppe Lo Bocchiamo, Daniele Panzarella.  È un augurio perché sono veramente bravi.
 
18.Un parere lapidario sulla lettera dei 35+1 pubblicata sul Corsera.

Se la lettera è quella che ha rivendicato il ruolo dell’architetto chiedendo ai politici più progetti: la volontà: buona; la lettera: una inutile auto minorazione.
 
19.Gioco della torre: Boeri o Dal Co? Insomma: Domus o Casabella? ( puoi fare anche una carneficina o dire: passo).
Se avessi una torre non sprecherei la sua altezza per rassegnarla alla memoria dei posteri con una malefatta come l’omicidio di due cari amici, di cui posso non condividere le riviste, ma di cui apprezzo sicuramente la simpatia umana e la capacità di scrittura. Poi nelle guide turistiche si direbbe: quella è la torre da dove Giuliano Leone ha spinto Dal Co. Questa soddisfazione non posso darla a nessun turista culturale.
 
20.Tre parole oggi importanti
Ieri, oggi, domani.

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