| |
 |
|
|
Lucio Passarelli
1.Una auto-presentazione in quattro righe…..
Seguo dall’inizio PresS/Tletter ed avevo notato come le domande delle interviste passino dalle giocose (i preferiti, gli odiati), alle più impegnative (l’auto-presentazione, l’ architettura in Italia).
Per tante ragioni, credo che le risposte debbano risultare delle variazioni sul tema. Delle leggere increspature in superficie, con solo qualche affondo. A questo cercherò di attenermi.
Mi considero un traghettatore. Sono entrato nello Studio nel dopo-guerra. Dopo il periodo di mio padre, iniziatore dell’attività, e durante quello dei miei fratelli. Insieme abbiamo condotto lo Studio per un bel tratto. Lo ho guidato, successivamente, fino agli anni novanta, per avviare la successiva generazione, attualmente operante..
Periodo universitario durante la guerra. Non coinvolto nell’insegnamento. Potrei considerarmi quasi un autodidatta.
Immerso nel lavoro, curioso, attento, produttivo, organizzatore più che organizzato. Consapevole del proprio livello, né eccellente, né modesto.
Di ciò, penso sarà prova la prossima pubblicazione sullo Studio, la prima di una notevole estensione. Potrebbe dimostrare le caratteristiche principali della struttura. Un coerente binomio tra qualità e quantità. L’elevato rapporto del costruito rispetto al progettato.
2.Cosa ne pensi dell’architettura in Italia oggi…
Troppi architetti in Italia. Sia per le strutture universitarie, che per il lavoro reale di progettazione ed attuazione. Difficoltà per i giovani. Il grave problema dei concorsi, per tutti. La bassa qualità richiesta dall’attività privata. Il danno ambientale effettivo, prodotto; non solo e non tanto quello attribuito dalle associazioni di protezione.
In definitiva, delle ampie potenzialità esistenti, solo una minima parte riesce a comunicare la propria espressone ed a realizzare opere significative.
La necessità di farsi largo spinge ad esasperare l’adozione di tendenze e mode, soprattutto delle stars più affermate.
3.Il nome di un architetto italiano vivente al quale faresti costruire casa tua …
Ovviamente il nostro Studio, anche per semplicità operativa.
4.Il nome di una star internazionale alla quale faresti costruire casa tua …
Credo il caso non si ponga, per antitesi tra “star” e “ home”.
5.Il nome di un edificio famoso che non ti piace affatto.
In genere, i capolavori del post-modern; tutti.
Il peggio deve però ancora venire. Penso ai tre alti mostri (nel loro insieme), a Milano, nell’area ex Fiera.
6.L’opera che hai realizzato a cui sei più affezionato e perché?
Sarei solo originale se non indicassi l’edificio di Via Campania, a Roma, di fronte alla nostra casa ed allo Studio, che Zevi ha inserito, credo con eccessiva valutazione, tra i capolavori del XX secolo.
Perché dimostra come occorra un progetto iniziale molto forte per conservare validità nonostante le inevitabili modifiche ed imperfezioni.
Ma segnalo la Scuola Americana Notre Dame, nella sua semplicità, tecnologia, immagine e innovazione, per quel momento; il Collegio di Via Ibernesi, con la piccolissima Cappella dalla tribuna fuori scala; i Musei Vaticani e mi fermo.
A proposito di Notre Dame, il complesso in mattoni, cemento e blocchi murari, tutto a faccia vista, esterno ed interno, è stato recentemente trasformato come destinazione e rivestito integralmente con un banale travertino. Benvenuta l’iniziativa della DARC per la protezione delle opere recenti di rilievo.
7.E quella che forse oggi non rifaresti e perché.
Un edificio per uffici vicino a Santa Maria Maggiore, progetto modificato in stile “neutro”, per richieste dell’allora Sovraintendenza.
8.Gli architetti romani … Elencamene tre, ai quali ti senti legato culturalmente. A proposito, esiste a tuo parere una scuola romana ?
Se si parla di architetti operanti a Roma, vi è una sola triade cui fare riferimento, anche se oramai lontana: Libera, Quaroni, Ridolfi. Irraggiungibili. Ho una dedica di Quaroni al suo libro “Lezioni di architettura”, che mi inorgoglisce e mi confonde.
9.Non ti sembra che l’Università Italiana abbia avuto una certa idiosincrasia per il professionismo ?
Non appartenere al mondo universitario, ma solo a quello professionale, nell’ambiente ti fa considerare un diverso, un paria. Forse giustamente, per aver rinunziato a comunicare direttamente con i giovani. Per inserirmi decentemente tra i 35 firmatari della lettera così detta “autarchica” estiva, mi si è dovuto attribuire la qualifica di Professore ed una Facoltà.
Si aggiunga che non sono architetto; “solo” ingegnere.
10.Comunque, l’Università Italiana … la consiglieresti ? E se sì, in quale città ? E a Roma ?
Per quanto sopra non saprei rispondere. Consiglierei la propria città o la più vicina.
11.Che ne pensi dell’ InArch oggi ?
E’ nota la mia stretta connessione con l’InArch. Come socio iniziale; a lungo Presidente della Sezione Laziale, membro del Consiglio Nazionale e della Giunta.
Certamente la mancanza di Bruno Zevi, è stata traumatica, come anche, su un altro piano, l’ abbandono di Palazzo Taverna.
Tuttavia, grazie all’impegno di un gruppo qualificato (cito solamente il Presidente Adolfo Guzzini, il Vice-Presidente Massimo Pica Ciamarra, il Segretario Francesco Orofino), l’Istituto procede con coerenza il suo percorso, sia come Centro che come Sezioni Regionali. Stanno ripartendo i Premi InArch, si adeguerà la Sede.
Può essere venuta meno la risonanza, ma non la continuità, la trasparenza, la linea culturale. Il binomio caratterizzante “architetti – esecutori” era e resterà insostituibile.
12.La tua visione dell’architettura. Autodefiniusciti: reazionario, tradizionalista, moderato, organico, progressista, sperimentalista, avanguardista (o altro, purché la definizione sia al massimo di un paio di parole e non cercare di scappare alla domanda, dicendo che sei oltre le sigle …).
Attento a quanto accade. Guardandosi attorno e al proprio interno.
13.Mettimi in ordine di preferenza i seguenti architetti: Eisenman, Koolhaas, Moss, Hadid, Herzog e de Meuron, Gehry, Coop Himmelb (I) au, Fuksasa, Piano, Anselmi, Purini, Cellini, Portoghesi, Gregotti (per cortesia non mettere pari merito).
Se non vuoi rispondere a questa domanda, puoi scegliere quest’altra:devi organizzare un importante concorso a inviti di architettura e ti danno l’incarico di invitare cinque architetti. Chi scegli ?
Degli stranieri: Eisenman, Herzog e de Meuron. Quanto agli italiani, proprio non saprei. O si tratta di eccessivo riservo ? Allora, inviterei al concorso non cinque ma tutti e sette.
14.Zevi o Tafuri ?
Senz’altro Zevi. Anche per essere l’unico, cui fosse consentito dire tutto. Conosco poco su Tafuri.
15.La critica oggi non è un po’ senza denti ?
Servono denti per pungere ma anche carezze per approvare ed incitare. Noto tuttavia che la parola “critica” sia, quasi, l’anagramma di “ortica”.
16.Un libro che consiglieresti a uno studente, uno a un architetto, uno a un critico.
“Saper vedere l’architettura”, di Zevi : a tutti e tre.
17.Saranno famosi: fammi tre nomi.
Su 120.000 architetti in Italia, ve ne saranno 20.000 da considerare giovani. Tra questi, ben più di tre avranno le qualità per risultare “famosi”. Forse 200. Ma quanti lo diverranno realmente, per mille ragioni, opportunità, casualità, appoggi ? No, mi è proprio impossibile rispondere.
18.Il tuo artista preferito (non architetto).
Edward Hopper
19.Gioco della torre: Boeri o Dal Co ? Insomma: Domus o Casabella ? (puoi fare anche una carneficina o dire: passo).
Non mi piace di buttare giù o essere gettato.Posso solo ricordare la vecchia battuta qualunquista: Fanfani, Berlinguer e Craxi passano su un ponte. Il ponte crolla. Chi si salverà ? l’Italia. Senza alcun riferimento alle due alternative proposte.
20.Tre parole oggi importanti.
Prendiamola alla leggera. La canzone anni ’50 “Sono tre parole: ti voglio bene”
Prendiamola sul serio (come al n. 12): osservare; osservarsi; sintetizzare.
Vi è spazio per un altra domanda? Il più importante problema per la professione, oggi..
La modifica della Legge Merloni. A parte tanti punti carenti (concorsi, compensi e altro), entro pochi anni i progettisti saranno sommersi da richieste di danni da parte della Committenza Pubblica (ma anche privata) e delle Imprese esecutrici delle opere. Per carenze ed errori (presunti e/o reali) nella progettazione, in base a quanto preteso (inutilmente e non valutato adeguatamente) dalle norme della Legge stessa.
|
|
|