home
 
imm da fare

Antonio Citterio

immagine 01 immagine 2 immagine 3

Credo che Citterio faccia parte di una categoria di architetti che sfugge alle definizioni stilistiche. Almeno a quelle più consuete. Non è minimalista anche se non pochi suoi progetti attingono alla poetica riduzionista di maestri quali Mies. Non è classicista anche se nelle opere degli anni ottanta e novanta non mancavano riferimenti a Louis Kahn e oggi vi sia qualche punto in contatto con il rigorismo alla Ando. Non è rossiano né rogersiano anche se non è difficile riscontrare cromosomi della scuola milanese nel suo DNA poetico. Non è un seguace di Eames anche se in molta sua produzione è ben visibile il debito verso il maestro americano.
Il rifiuto di farsi ingabbiare all’interno della camicia di forza di uno stile, un rifiuto manifestato anche da altri bravi e bravissimi architetti della sua e della generazione immediatamente precedente -penso per esempio a Renzo Piano- non implica né debolezze né mancanza di punti di riferimento.
Anzi credo proprio che il non sentirsi inquadrato in alcun ismo costringa Citterio e la propria partner Viel a un maggior controllo. Avviene, mi sembra di capire, attraverso cinque punti fermi, cinque assiomi mai esplicitamente svelati, che permettono di dare coerenza alla produzione dello studio.
Il primo è l’ossessione per la ricerca della soluzione giusta, nella convinzione che l’architettura debba risolvere più che rappresentare i problemi. E’ la risposta a una concreta esigenza, infatti, che indirizza verso il sistema dei segni e non viceversa. Così la poltrona per l’interno domestico eviterà le forme spigolose o ultra essenziali: si osservi per esempio come acquisti spessore di seduta e conseguentemente comfort la poltrona razionalista ABC disegnata nel 1998 per la Flexform; l’albergo progettato per Bulgari e completato nel 2004 a Milano punterà a un rigore che ricorda po’ Loos un po’ Caccia Dominioni; la casa in campagna a Cene del 1995 o a Novara nel 2000 saranno sostanzialmente introverse quasi a difendersi dalla natura circostante; l’Edel Headquarters, un edificio completato nel 2002 nel porto di Amburgo ricorrerà a un immaginario post industriale e, con le sue pareti vetrate, permetterà una migliore illuminazione dei posti di lavoro. Ne conseguono misurate oscillazioni tra l’architettura razionalista, organica e minimalista. E anche l’attenzione per soluzioni tecnologicamente innovative, quasi high tech ma mai veramente tali perchè non vi è mai compiacimento per l’estetizzante della funzione o del meccanismo.
Il secondo assioma è la religione della semplicità. Che rasenta il minimal ma mai nelle sue forme rinunciatarie o anoressiche. Semmai con qualche valenza erotica, e qualche concessione al lusso. Si osservi per tutti come il vetro nelle architetture di Citterio e Viel invece che a svelare serva a velare. La loro produzione nasce, infatti, dall’humus milanese: insieme calvinista e estetizzante. Lo stesso che è responsabile della moda alla Armani, del design del compasso d’oro , delle riviste alla Domus.
Vi è poi un’ossessione loosiana antidecorativa, tesa a evitare quanto possa apparire di estrinseco o di posticcio in una costruzione. “Mai uso il colore – afferma Citterio nelle sue interviste- ma i materiali”. Sono questi che decorano, che giocano con la luce, che impreziosiscono e ritmano l’edificio attraverso le linee che li segnano. Si osservi anzi come queste linee diano vita a un raffinato graficismo.
Il quarto assioma è la contestualità. L’architettura deve appartenere al luogo più che emergere da questo. E’ quindi escluso ogni approccio esplosivo, alla Gehry o alla Hadid per capirci. Le case studiate per la campagna si distendono sul paesaggio, tendono a seguire l’andamento orografico con la loro linea di gronda, sono fatte di materiali naturali quali pietra e legno. Gli edifici per la città si pongono un problema di decoro urbano, dialogano con i palazzi vicini, sottolineano la loro presenza senza alzare troppo la voce. Mai però il contestualismo scade nel mimetico cervellatismo bolognese, nel rigorismo neozurighese o urbanberlinese, nel presepe centrostoricista dello stile soprintendenza.
Vi è infine -ed è il quinto assioma- un bisogno di contrappunto tra i pieni dei muri e i vuoti delle bucature che consiste nell’evitare sia l’estremo della glass house sia dell’edificio bunker. Dove le vetrate abbondano vi è sempre il pieno dei tetti o dei brise soleil. Dove la materia predomina vi sono sempre finestre generose e spesso disposte asimmetricamente che alleggeriscono l’impatto dell’edificio, permettono un buon rapporto visivo dall’intervo verso lo spazio circostante e conferiscono alla facciata un raffinato ritmo metropolitano. Convincendoci nella nostra tesi di fondo che l’architettura di questo studio, tra i più raffinati del panorama italiano, piuttosto che l’ideologia di un sistema astrattamente linguistico persegua una concreta estetica moderna intesa soprattutto come costume e modello di vita.

 

testo