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T studio
T studio è un gruppo composto da sette progettisti. Quattro di loro lo hanno fondato nel 1990: sono Roberto Grio, Giancarlo Fantilli, Giovanni Pogliano e Guendalina Salimei. Altri tre, Mariaugusta Mainiero, Giovanna Piga, Renato Quadarella sono subentrati nel 1995. Raramente i sette soci lavorano insieme. È piuttosto un gruppo ad assetto variabile, che spesso ricorre all’aiuto e la collaborazione di forze esterne – tra questi, Stefano ravilio e Maurizio Unali- per sfruttare al meglio le occasioni, garantire l’interscambio, evitare la cristallizzazione dei ruoli e delle competenze, aumentare la competizione e la produttività.
Lo studio ha prodotto nel tempo una notevole mole di lavoro. Soprattutto concorsi. Ne ha fatti a decine vincendone molti, piazzandosi in quasi tutti. A cominciare da Europan, la competizione destinata ai giovani progettisti, con vittoria in due edizioni, a Bratislava e Savona, e menzione in un’altra, a Padova. Inoltre, per citarne solo alcuni tra gli altri: primo premio al concorso per l’Unesco a Salonicco, per il lungomare di Napoli, per lo show room della Telecom, per la sistemazione di un campeggio a Collalto, per la piazza Borgoncini Duca a Roma, per una residenza a Poggio Catino, per la riqualificazione del centro storico di Nettuno. E segnalazioni al Cosenza, al Roma architettura, alla Biennale.
Cosa direste di un gruppo con tanti riconoscimenti? Che dovrebbe avere una quantità adeguata di realizzazioni. Invece, a fronte di tanto onore, un numero limitato, anche se a dire il vero crescente, di commesse, quasi tutte senza alcun riferimento ai concorsi vinti. “Il sistema è, a dir poco, malato – sostiene Guendalina Salimei, la più agguerrita portavoce del gruppo- nessun Paese potrebbe permettersi un così sfacciato spreco di energie”. In effetti, se guardiamo alle storie di gruppi di progettazione francesi, olandesi o spagnoli, spesso venuti alla ribalta a seguito di una o due gare vinte, vediamo che il gap italiano è preoccupante. Mansilla & Tunon, Ben van Berkel, Hani Rashid, Greg Lynn, West8, Wiel Arets sono progettisti relativamente giovani ma ai quali il sistema produttivo ha dato fiducia. Da noi l’accesso a cantieri di medie e grandi dimensioni avviene per meccanismi che troppo spesso esulano l’apprezzamento per la qualità del lavoro svolto. Episodi quali l’incarico per il museo Beaubourg, per la Sidney Opera House vinti da giovani allora sconosciuti o per il recente terminal di Yokohama, a seguito di un concorso affidato ai trentenni architetti di Foreign Office, sono, almeno in Italia, inconcepibili.
Se dovessi sintetizzare con due parole il senso del lavoro di Tstudio, direi landscape+storia. In una parola: stratificazioni.
Sul landscape, T studio adotta due diverse strategie : la prima consiste nell’inserimento di un blocco edilizio, generalmente compatto, ma al suo interno articolato che contrappone al paesaggio, naturale o urbano circostante, una seconda natura, fatta di percorsi , di spazi fluidi, di episodi spaziali. È quanto avviene, per esempio, con il concorso per il Centro Congressi di Roma dove il prisma vetrato è attraversato da percorsi zigzaganti che si incuneano nella materia edilizia formando un complesso paesaggio artificiale. La seconda strategia consiste nella trasformazione dell’edificio in un brano di paesaggio, dilatando e frammentando il volume ma senza però perderne mai l’unità e l’integrità. È il caso del concorso Eurapandom a Parigi, dove T studio inventa un edificio-ponte che assorbe la preesistente strada, trasformando un brano metropolitano di scarso valore in uno strabiliante frammento dalle forti valenze paesistiche.
Vi è inoltre il valore aggiunto di una sensibilità ai temi della cultura disciplinare in cui il segno emerge come richiamo, metafora, allusione a una storia del territorio, a una cultura figurativa di cui non è difficile rintracciare la genesi nella migliore scuola romana, secondo un percorso non lineare che arriva a Luigi Moretti e Adalberto Libera.
Tuttavia se chiedete ai progettisti di T studio, chi siano gli architetti che in questo momento li interessino maggiormente, non aspettatevi di trovarvi italiani. Giustamente hanno paura di un rapporto troppo stretto con la tradizione di cui comunque sono eredi e vi diranno, invece, Kazuyo Seijma, Peter Zumthor, Elias Torres. Ma, soprattutto, Steven Holl e Rem Koolhaas.
Di Steven Holl apprezzano l’integrità stilistica, la capacità di lavorare con un concept, l’amore per la materia generato attraverso forti contrapposizioni. Di Koolhaas la forza programmatica e l’abilità a lavorare in una tesa dialettica di opposti e di apparenti antinomie. La capacità di ridefinire sempre il programma posto dalla committenza, senza rinunciare mai all’innovazione funzionale. T studio ha attuato questa strategia, per esempio, nel concorso delle 100 piazze a Roma ampliando il tema del progetto sino a trovare una soluzione urbana soddisfacente, a Bratislava dove ha rifiutato la localizzazione residenziale suggerita per realizzare 5 edifici- ponte, a Parigi sovrapponendo l’edificio alla strada esistente invece che localizzandolo all’interno del lotto suggerito.
Ma a Steven Holl , i progettisti di T studio rimproverano la difficoltà a focalizzarsi sul luogo, a Rem Koolhaas il cinismo stilistico: “gli italiani, invece, – osserva la Salimei – anche quando non sono eccellenti progettisti, anche quando producono risultati non brillanti, difficilmente commettono errori nel porsi in relazione al sito, al contesto, alla forma”.
E’ questo senso della rispondenza del progetto a un programma, complesso e stratificato sia nella natura che nel corpo della storia, che impedisce al gruppo di schierarsi per le nuove o per le vecchie tecnologie. Così a Piazza Augusto Imperatore a Roma vengono utilizzati sofisticati giochi di luce, mentre a Malmo e a Dublino vengono integrate nuove e vecchie tecnologie per realizzare costruzioni innovative dal punto di vista bio-climatico. Innovazione e tradizione, materia e trasparenza, digitale e anaologico dialogano come in un gioco di opposti. In fondo è lì il loro segreto: guardare al futuro con gli occhi del passato e al passato con quelli del futuro.
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