La sistemazione esterna della Scala di Milano, opera dello svizzero Mario Botta, è, a mio avviso, tragicamente sbagliata. Non perché non si sia fatto di peggio: il teatro Carlo Felice ci ammonisce che il disastro avrebbe potuto essere maggiore. Se non altro, il cubo di Botta non ha quel gigantesco e sproporzionato cornicione che pesantemente corona il teatro genovese.
L'errore sta nella mediocrità del risultato formale, nell'occasione mancata. Ne traiamo tre lezioni.
La prima è che gli architetti che proclamano di rifarsi alla tradizione europea, che professano l'amore per la storia, che protestano contro la globalizzazione e l'omologazione sono da guardare con sospetto. Messi all'opera, dimostrano che spesso sono proprio loro coloro che con la tradizione si trovano a disagio, perché si fermano a una dimensione imitativa e, comunque, anche nei casi migliori, non riescono a superare quel fecondo grado zero stilistico e concettuale che nasce a seguito di una comprensione profonda del senso della storicità, ma che non può che essere propedeutico a ben altri processi creativi e inventivi.
La seconda è che le Soprintendenze si stanno dimostrando cattive custodi dei nostri contesti urbani perché se riescono a impedire abusi e dissennatezze -ma questo, visto lo stato attuale dei nostri centri storici, mi sembra tutto da dimostrare- non riescono con la loro politica vincolistica a stimolare la realizzazione di prodotti eccellenti. Mi chiedo su quali criteri abbiano concesso un nulla osta per realizzare un pesante oggetto stereometrico che non sembra avere né l'umiltà per integrarsi né la forza per distaccarsi dall'opera del Piermarini.
La terza è che per fare grandi opere ci vogliono architetti creativi. Non necessariamente famosi, ma artisticamente all'altezza delle situazioni. Progettisti non legati alla camicia di forza di presunte identità. Capaci di scatti inventivi. In grado di trasformare un pretesto funzionale in un efficace atto poetico.
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