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Luigi Pellegrin

Luigi Pellegrin fa parte della schiera dei perdenti dell’architettura italiana. In compagnia di architetti del calibro di Ricci, Savioli, Daneri, D’Olivo,Giorgini,anche loro falciati da una linea critica che ha guardato con sospetto alle loro capacità professionali e alla loro creatività, spesso dirompente.
Nato nel 1925, ha costruito oltre trecento edifici. A partire da quando, ancora giovane, si dedica alle palazzine e agli edifici postali. Tra i quali spiccano, per l’eccellente riproposizione della poetica di Sullivan, i due di Suzzara e di Saronno, entrambi del 1958, quest’ultimo oggi sottoposto a vincolo monumentale. Tra le abitazioni spicca la villa bifamiliare sull’Aurelia, del 1964 con accenni alla grande maniera del Wright dell’ultimo periodo e anche a Carlo Scarpa e Marcello D’Olivo. Ma per sfidarli dall’interno di una ricerca originale sviluppata in direzione della fluidità dello spazio, della poetica della luce e di richiami a un rapporto ancestrale, quasi totemico, con la terra e il cielo.
Dedicatosi, dalla metà degli anni sessanta e lungo tutti gli anni settanta, alla realizzazione di edifici scolastici, resi necessari dalla crescente scolarizzazione del paese, abbandona il formalismo di derivazione organica per dedicarsi allo studio della prefabbricazione. Progetta, in plastica, in ferro o in cemento organismi complessi di qualità e ricchezza spaziale inaspettata, antagonisti ai modelli - per esempio le scuole di Aldo Rossi- proposti negli stessi anni.
Erede della tradizione demiurgica del Movimento Moderno, Pellegrin attiva una strategia tesa a privilegiare il metodo sulla forma. Rivendica al progettista un ruolo di guida e di indirizzo che va dal design all’urbanistica. Nel 1965 sonda le potenzialità dei materiali plastici all’interno delle abitazioni. Inventa per la MIM una parete “sparticasa” e una poltrona fatta in scocche di PRVF, un materiale plastico rinforzato con fibre di vetro. Nel 1967 progetta un ristorante Agip in tre versioni, ciascuna fondata su una diversa tecnologia costruttiva. Una prevede la copertura autoportante in poliestere curvo, l’altra è un tubo cilindrico, la terza utilizza pannelli in poliestere su copertura metallica. I tre edifici differiscono radicalmente. Tutti soddisfano l’obiettivo. Tecnica e forma sono collegate. La progettazione, quindi, come metodo ma innervato nella tradizione costruttiva.
A partire dal 1970 le ricerche sulla prefabbricazione sono finalizzate a un nuovo modo di abitare e di vivere. Nel progetto per il quartiere ZEN a Palermo, fa quasi volare la struttura per lasciare libero il terreno sottostante. La gestione degli spazi è affidata a un metodo di progettazione che favorisce la sezione rispetto alla pianta. E in sezione sono studiate due scuole, forse le più riuscite, di Pisa e del Buon Pastore a Roma. La prima è un edificio inclinato il cui tetto è un terreno artificiale sommatosi a quello naturale sottostante, che oggi giudicheremmo di stile koolhasiano. Nel 1973 Pellegrin progetta strutture residenziali di plastica a forma di tubo, completamente industrializzate, da utilizzare per l’emergenza terremoto o per produrre modelli di habitat alternativi.
Negli stessi anni, inventa il Vettore, un organismo macroterritoriale, una linea forza che agisce sul territorio senza confondersi con questo. Non occupa suolo. Può essere un sistema abitativo appeso su esili piloni o, addirittura, sospeso in aria galleggiando come una astronave. Vicino alla fantascienza, da cui trae ispirazione, e alle città utopiche degli Archigram o di Paolo Soleri, il Vettore è, però, progettato sin nel minimo dettaglio. Anche nel sistema dei trasporti –pedonali, carrabili e su rotaia- pensati in funzione della massima mobilità, e, insieme, della economia degli spostamenti.
Professionista abilissimo, gestirà dal 1975 al 1977 il disegno e la realizzazione di 80 scuole prefabbricate in Arabia. E sarà anche uno dei primi italiani a realizzare ad Ascoli una scuola basata sulla produzione di energia tramite pannelli solari.
I suoi interessi, dalla fine degli anni settanta, si orientano sempre di più sui grandi temi teorici dell’habitat integrato e delle infrastrutture. Presenta proposte per un centro civico e un proto-organismo territoriale a San Cristobal (1979/82), per il Lingotto a Torino (1983), per le Halles (1979), per l’Opera Bastille e per la Villette(1983) a Parigi. Quest’ultima, forse, il suo capolavoro. Seguono i progetti urbanistici, ma sarebbe meglio dire ambientali e territoriali, per Roma, per Pistoia, Siracusa, Firenze Novoli, Palau. Cerca in ogni occasione di dimostrare che si può vivere in modo diverso. Che il ruolo dell’architetto non è di ricoprire con formalismi inutili strutture obsolete, dannose, anti-ecologiche ma proporre modelli nuovi che garantiscono un’esistenza migliore. Peccando, certo, di orgoglio. Ma toccando sempre un nervo scoperto. Un tabù che oggi si cerca di occultare. Quello del ruolo dell’architetto. Che Pellegrin rifiuta di credere residuale, sovrastrutturale. Anche a costo di dargli una centralità oggi forse non più proponibile.

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